|
Se chiedessimo a Sigmund Freud una definizione di ciò che la psicoanalisi esplora, egli probabilmente ripeterebbe quella che inaugura la sua ultima opera incompiuta: (Compendio di Psicoanalisi, Parte prima - La psiche e il suo funzionamento OSF Vol. XI Boringhieri): "Di ciò che chiamiamo la nostra psiche (o vita psichica) ci sono note due cose: innanzitutto l'organo fisico e il suo scenario, il cervello (o sistema nervoso) e, in secondo luogo, i nostri atti di coscienza che sono dati immediatamente e che nessuna descrizione potrebbe farci comprendere più da vicino. Tutto ciò che sta in mezzo fra queste due cose ci è sconosciuto, e non è data una relazione diretta fra i due estremi del nostro sapere". La psicoanalisi si colloca, nella sua ricerca, tra il corpo e la coscienza, nella zona sconosciuta tra quei due estremi di più agevole acceso. Gli ultimi, accelerati sviluppi delle neuroscienze ci fanno capire che il cervello era in realtà, a sua volta, una grande incognita. Il nostro impegno odierno è quello di consentire un dialogo euristicamente positivo tra neuroscienze e psicoanalisi. Questo tentativo di dialogo non è nuovo, ma oggi può poggiare su basi ben più solide rispetto al passato. E' noto lo sforzo pionieristico fatto da Freud, agli albori della sua vita scientifica ("Progetto di una Psicologia", 1895), nel tentativo di creare una scienza naturale basata su premesse materialistiche. All'altrettanto noto abbandono del progetto, al rifiuto di pubblicarlo e al (relativo) fallimento dello stesso, vari autori hanno assegnato differenti valori e significati, sia nel campo della psicoanalisi sia delle neuroscienze. Non era possibile ai tempi di Freud, con gli strumenti che egli aveva a disposizione, formulare una 'neuro-crittografia', cioè un linguaggio comune dei neuroni e degli eventi 'mentali', e decifrarla. Senza di essa la "Psicologia" era condannata in partenza. Troppi erano, infatti, i salti di livello e gli elementi speculativi. Le conoscenze a disposizione oggi gli avrebbero probabilmente consentito di riproporre la "Psicologia" con maggiori possibilità di successo e su basi ben più sicure. Tuttavia, è il concetto stesso di neuro-crittografia, come linguaggio universale della mente, che andrebbe riconsiderato e discusso. Qui intervengono, infatti, problemi di linguaggio, di sistemi e livelli di rappresentazione I fenomeni che Freud intendeva trattare nella "Psicologia", e che essenzialmente riguardavano - oltre al funzionamento normale dell'apparato cervello-mente - la psicopatologia, lo costringevano a prendere in considerazione la categoria delle intenzioni, dei desideri, delle motivazioni, del senso. E ciò mal si adattava ad essere trattato attraverso una neuro-crittografia elementare e riduttiva. Concepito in questi termini il progetto di allora conduceva da un lato ad una concezione lineare della causalità e dall'altro ad un riduzionismo materialista, entrambi però inadeguati al trattamento dei fenomeni studiati, indipendentemente dal livello di conoscenza sul funzionamento del cervello che era disponibile ai tempi della stesura della "Psicologia". Ma che significa riduzionismo in questo contesto? Non intendiamo che sia riduttivo affermare che "ogni processo mentale, anche i più complessi processi psicologici, derivano da operazioni del cervello" (E.R.Kandel, 1998, pag.460), poiché su questa proposizione nessun materialista potrebbe dissentire. In questo contesto riduzionismo significa mancata considerazione dei diversi livelli di descrizione e di spiegazione dei fenomeni considerati, ma anche dell'interazione e della concatenazione di quei livelli, della diversità delle rappresentazioni adoperate, dei differenti linguaggi in uso, della necessità di impiegare metodi di studio dissimili, della configurazione, in definitiva, di due domini differenti. E' riduzionismo misconoscere che ogni dominio ha dei limiti ben precisi e che può risultare sterile e paralizzante oltre che profondamente sbagliato cercare di 'ritradurre' concetti di un certo livello nei linguaggi dei livelli sottostanti. Il riconoscimento dei limiti di ogni dominio e della loro separazione ci suggerisce anche di caratterizzare adeguatamente il dialogo tra i livelli, il che poi comporta il dialogo tra due o più discipline. Nel campo della psicoanalisi alcuni autori hanno parlato, forse troppo affrettatamente, dell'unificazione delle idee derivanti dalla neuro-biologia con quelle derivanti dalla psicoanalisi (A. H. Modell, 1996). Altri, con maggiore prudenza, sollevano alcune obiezioni che sono in sintonia con quanto detto sopra. Si possono evidenziare facilmente innumerevoli aree di ricerca dove le informazioni neuroscientifiche si rivelano di grande utilità per la psicoanalisi (e viceversa): gli studi sulla memoria, la categorizzazione percettuale, l'apprendimento, le emozioni, la patologia, ecc. La causalità psichica rivela, inoltre, una sua specificità. E' irriducibile alla causalità naturale (puramente interna e autarchica) e alla causalità culturale (non ancorata nella singolarità della struttura biologica). Essa risulta piuttosto dall'incrocio di entrambe. Questi sono alcuni degli argomenti che intendiamo sviluppare nel nostro incontro. |