Roma
Decennale dell'AIPsi
16 Novembre 2002
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Il contributo della psicoanalisi all'umanizzazione dei luoghi di cura delle psicosi: pensieri su una esperienza

Teresa Iole Carratelli


Riassunto

L'autrice vuole con questo contributo rendere omaggio al lavoro istituzionale svolto da Adriano Giannotti, non solo come Fondatore e primo Presidente AIPsi, ma anche come psichiatra dell'età evolutiva, che circa trent'anni fa ha introdotto presso il Centro Universitario di Neuropsichiatria dell'Età Evolutiva dell'Università degli Studi di Roma "La Sapienza" una prassi di ascolto diagnostico e di psicoterapia istituzionale ad orientamento psicoanalitico.

Attraverso uno stile narrativo ed evocativo l'autrice esemplifica come il processo di umanizzazione in un luogo di cura delle psicosi adolescenziali, a cui sopra si é fatto riferimento, sia facilitato da un contesto istituzionale che sia in grado di sviluppare e mantenere una cornice di pensabilità grazie alla presenza di psicoanalisti, che lavorano "senza divano" ora direttamente con i pazienti ivi ricoverati ora con lo strumento della supervisione. La tenuta di questa cornice permette alle varie figure professionali che costituiscono il "gruppo dei curanti" di comprendere di volta in volta se, in questo "sito psichico allargato" siano sollecitati a funzionare come oggetto antico o come oggetto nuovo. Un oggetto nuovo ed esterno, che sostiene il recupero dei processi di rappresentazione e di ricomposizione di una esperienza emotiva altrimenti caotica. Il flash clinico presentato tende a ricordare come le relazioni istituzionali possono riprodurre risposte iatrogene psicotizzanti, ora intrusive, ora inglobanti il Sé dell'altro e del paziente in particolare; si rafforza così nelle relazioni esterne quel clima interno dell'adolescente psicotico all'insegna della derealizzazione e della depersonalizzazione.

L'autrice, che è subentrata ad Adriano Giannotti nella direzione del Centro Universitario su menzionato, si sofferma nella presentazione a illustrare come il metodo di ascolto e di comprensione della sofferenza mentale emergente e dominante durante gli esordi psicotici si avvalga di strumenti di ispirazione psicoanalitica come:

- il lavoro di autoanalisi, che consente al clinico una protezione del proprio setting interno e in particolare il contatto con le quote, analizzate e non, della propria adolescenza;

- la centralità che in questi ultimi anni sta assumendo il pensiero di gruppo inteso come lavoro periodico tra i curanti di "mutua supervisione" (Correale, 1999; Berti Cerrone, 1999-2002). Si tratta di uno strumento che, attraverso l'individuazione dei processi di empatia e delle risposte controtransferali e transferali dirette e laterali, facilita alle varie figure professionali presenti nell'istituzione, di trovare la giusta distanza di fronte a intense e problematiche che si riattivano in presenza di adolescenti psicotici.

In conclusione, il prendersi cura e il curare l'esordio psicotico in un adolescente risulta un momento di intensa esperienza emotiva, una nascita alla psicosi, ma anche una sperimentazione di forme inedite e potenziali del Sé, emergenti in varie forme, sia da parte del paziente sia da parte del gruppo dei curanti.



Molti lati oscuri circondano la natura del primo esordio schizofrenico in adolescenza, di quel terremoto dell'esistenza che scardina, talvolta in maniera radicale, le coordinate dell'esperienza, sì da realizzare attraverso una sorta di apocalisse interiore, a volte proiettata all'esterno, il terrore stesso del "cambiamento" delle condizioni emotive interne ed esterne lì per lì inaccettabili: il "cambiamento" di se stessi e degli altri, il "cambiamento" della realtà. (Arrigoni Scortecci et al., 1999). Non a caso l'esordio della malattia interviene quasi di regola nell'epoca in cui i cambiamenti fisico psichici sono più appariscenti e profondi, come accade nell'adolescenza. Quando nell'ospedale dove io al mattino lavoro, succede che venga ricoverato "in emergenza" un soggetto, che nel suo essere e nel suo fare comunica un panico diffuso per questo cambiamento drammatico e pervasivo del suo IO e del senso del Sé, più volte mi sono trovata a registrare come, in quei primi momenti, il clima e la vita nell'istituzione vengano incredibilmente alterati. Per quanto ci si sforzi, anche un Centro Universitario, come il nostro sensibilizzato e gestito da psichiatri, che sono anche psicoanalisti, finisce per mostrare una immediata riduzione della capacità contenitiva di modulare affetti che fino ad allora erano in qualche modo parte della cornice: é come quando passa il treno-pendolino in una piccola stazione di provincia senza fermarsi e fa vibrare vetri e oggetti, creando in chi sosta sul marciapiede un senso di contraccolpo e di spinta a indietreggiare. Così sulle prime inevitabilmente scattano da parte dei curanti pregresse strategie di custodia e di repressione nei confronti di quei livelli di sofferenza mentale in cui si è oltre misura esposti. Mi sorprendo, indietreggiando io stessa come dietro un vetro resosi improvvisamente opaco, a contemplare come "alieni" agenti di custodia, gli infermieri, che si dispongono ad attuare il protocollo "rosso" della accoglienza e a fissare gli altri pazienti, come degli zombi, che si affacciano al corridoio. A volte, mi sorprendo pure a vedere rallentati o accelerati, come dentro una moviola, i movimenti dei colleghi che vanno incontro al paziente e ai suoi genitori.

Prima o poi le luci, il movimento, i personaggi della scena, riprendono i loro aspetti a me famigliari, se non fosse per la persistenza di un alone residuo di questa risposta di derealizzazione, come risultano, ora la voce stentorea degli insegnanti del reparto, ora i loro gesti meccanici nell'invitare gli altri pazienti a riprendere le loro attività occupazionali. In quei momenti mi sento come chi fa fatica ad allinearsi non solo al bisogno del nuovo ospite di "non aver bisogni" nei confronti del "gruppo degli alieni" e di rivendicare il suo diritto di delirare, almeno "in questo luogo" cosiddetto "di cura", ma anche di chi non riesce a riconoscere e a tollerare i tanti modi attraverso cui ciascuno dei presenti cerca di fronteggiare il senso di panico. Quando mi mobilito ad attingere a un pensiero per immagini e a trovare una giusta distanza, tra le situazioni sceniche più pregnanti, ci sono quelle di trovarmi catapultata in un luogo asettico come un laboratorio spaziale dove le persone, anonime nelle loro divise, sembrano guardarti senza vederti e dicono con affetti incongrui delle cose banali, più o meno tecniche. Altre volte le immagini non mi vengono in aiuto, e prevale un sentirmi estranea in un corpo che continua meccanicamente a funzionare. Mi sorprendo a chiedere a chi incontro ripetutamente: "come stai? tutto bene?", come se negassi quel profondo malessere psicosomatico, che si accompagna al senso di catastrofe interiore di questi pazienti, qualcosa che irrimediabilmente cambia il loro modo di codificare l'esperienza, e indelebilmente segna nell'organico la loro vita.

Voglio brevemente ricordare che la presenza di un capovolgimento delle modalità usuali di elaborazione dei dati, che può riguardare negli adolescenti ricoverati tanto il settore semantico, sintattico e lessicale, quanto quello emotivo, crea brusche escursioni di livelli nel funzionamento psichico tra le varie figure professionali che, a vario titolo, frequentano le corsie di un ospedale psichiatrico per adolescenti.

Anche superato il momento del primo impatto del ricovero, nelle settimane successive la posta in gioco è che il contesto istituzionale, ritrovi e mantenga una sua cornice di pensabilità, all'interno della quale possano essere individuati i fenomeni di coazione a ripetere dei residui emotivi traumatici da parte dei vari pazienti e non solo da parte loro, senza il riconoscimento dei quali l'esperienza nella istituzione può riprodurre e riattualizzare i guasti dei contesti famigliari di provenienza, cosidetti "maladattativi", anziché configurarsi come nuovo contesto, con potenzialità evolutive nel senso di poter offrire nuove occasioni per il giovane e non solo per lui, di sperimentare forme inedite del Sé, non intaccate dal processo psicotico.

Certamente è nota e riconosciuta l'influenza che ha avuto la psicoanalisi (Winnicott, 1960; Bion W., 1965; Searles, 1965; Pao, 1979) nella trasformazione della qualità di vita e di contenimento della sofferenza mentale negli ospedali psichiatrici e nelle strutture cosiddette "intermedie" residenziali per quanto riguarda i pazienti adulti psicotici.

Negli ultimi venti anni in Italia molti psicoanalisti sia come consulenti esterni e supervisori, sia come interni alle istituzioni psichiatriche, nei centri ospedalieri e nei Centri di Salute Mentale, hanno contribuito alla fertilizzazione di una cultura psicoanalitica in questi luoghi: penso ai lavori di Zapparoli et al. (1988); Correale (1999); Berti Cerone (1999; 2002); Pazzagli (1999) e Bolognini (1999), solo per citare alcuni.

Per quanto riguarda il lavoro con le istituzioni psichiatriche in età evolutiva, vorrei ricordare i contributi dei nostri due Gruppi Romani, con A. Giannotti e A. Novelletto, di quello Milanese, con M. Bertolini, e ancora dell'importante apporto di A. Giannakoulas e di S. Grimaldi, come supervisori esterni presso vari centri italiani.

Vale la pena ricordare che nella nostra Associazione esiste un consistente contingente di analisti di bambini e di adolescenti, che hanno una tradizione clinica comune, che hanno potuto utilizzare l'osservazione, diretta o indiretta, dello spazio istituzionale come "sito psichico allargato" per fare, tra l'altro, studi originali sulla relazione pluridimensionale tra genitore-figli e individuare diversi gradi dell'abuso e dello sfruttamento inconscio del figlio in presenza della collusione patologica della coppia genitoriale. (A. Giannakoulas, A. Giannotti, 1985; V. Bonaminio, T. Carratelli, A. Giannotti, 1991; A. Nicolò, 1996; G.C. Zavattini, D. Norsa, 1997).

L'istituzione psichiatrica, come ricorda Kaës R. (1988), per chi non è equipaggiato a dialogare con questo modello relazionale della psicoanalisi (M., E. Balint, 1959; D.W. Winnicott, 1963; H. Rosenfeld, 1965), funziona con un potente "patto denegativo", atto a mantenere nei suoi interstizi il sequestro di aspetti o di parti della vita emotiva individuale e famigliare. (Area dei fattori egoalieni genitoriali o transgenerazionali). Cercherò di condividere con voi come grazie alla diffusione di una mentalità psicoanalitica, una Istituzione psichiatrica può tendere a configurarsi come un luogo di ricomposizione della pensabilità di una esperienza emotiva altrimenti caotica, nella misura in cui il clinico, che ivi lavora, possa disporre di un complementare lavoro autoanalitico e di un accesso alla costituzione di un pensiero di gruppo dei curanti. Gruppo che, come è stato altrove sottolineato (Correale, 1999; Carratelli et al., 1999) svolge una mutua funzione riflettente e trasformativa sullo spazio di quel dato soggetto, attraversato dalla concretezza del pensiero psicotico. Questa breve rievocazione clinica può risultare esemplificativa di questo ultimo punto.

Dopo circa due mesi di ricovero per una gravissima forma di anoressia mentale su base psicotica, V. una evanescente ragazza di 15 anni, era riuscita nel nostro reparto a creare nel gruppo dei curanti dei livelli di forte tensione e litigiosità: si riproduceva nel nostro spazio psichico allargato una conflittualità scoperta tra i membri dell'equipe, tra lo psichiatra e chi svolgeva la psicoterapia nella istituzione, tra le caposale e gli infermieri, tra loro e il primario criticato di aver affidato un caso così grave a psichiatri giovani e inesperti. Quella mattina un infermiere, esasperato dalle modalità tiranniche e dilatorie della ragazza durante il suo pranzo interminabile, temendo di perdere il controllo dei propri impulsi verso di lei, partecipò alla periodica riunione di gruppo, in reparto, con un invito provocatorio alla psicoterapeuta, perché gli facesse capire in che cosa consisteva il suo lavoro nelle sedute! Era inquieto, si placò solo per poco al commento di qualcuno che faceva presente come si riproduceva, nel qui e ora, non solo la situazione dei genitori di V., che dopo tanti anni di separazione non avevano elaborato questa loro vicenda matrimoniale, ma anche la litigiosità tra le famiglie di origine, di fronte a cui V., figlia unicogenita, sembrava essere stata convocata a svolgere quel compito impossibile e innaturale per un figlio di mutuare agli adulti una funzione di contenitore e di legame.

L'effetto di questo commento sul rischio di sostenere la coazione a ripetere di situazioni ambientali altamente conflittuali durò poco, perché l'infermiere dopo un pò tornò alla carica, dicendo che chi non stava in corsia non poteva capire le tante facce di questa ragazza: ora giudiziosa e pronta a preoccuparsi solo degli altri pazienti, ora sadica e prevaricatrice con lui, "come uno che vuole far impazzire l'altro". La psicoterapeuta, che quel giorno mostrava tutta la sua frustrazione rispetto al mancato riconoscimento verso il proprio lavoro, si allineò alle emozioni e all'angoscia dell'infermiere di fronte a questo fantasma dell'oggetto che fa impazzire (Searles, 1965) e empatizzò con la fatica e la rabbia dell'altro, via via risultando più disposta a raccontare come in quella settimana, V. era molto provata per vari motivi tra cui, anche perché stava avvicinando, con delle memorie finora schermate, il suo essersi sentita esposta all'esaurimento nervoso della mamma, quando il papà era stato cacciato di casa.

V. le aveva raccontato "un sogno" che lei aveva fatto intorno ai sei anni, poco dopo la nascita del fratello e poco prima la separazione dei genitori: "Ero nel lettone con mamma.... dormivo con lei perché aveva litigato con papà... lui era andato a dormire nel mio letto... Io non dormivo e neppure mamma dormiva... lei era come in un dormiveglia... improvvisamente cominciò a piangere e a urlare... diceva che c'erano i briganti e che volevano farle del male; mi teneva stretta a lei... era così spaventata... io non vedevo nessuno, ma avevo paura anch'io". Il racconto si era interrotto. V. era rimasta in silenzio e la psicoterapeuta, con tatto, aveva chiesto alla ragazza: "ma di chi era questo sogno?", V. aveva risposto; "Il sogno non era mio, ma c'ero finita dentro... ero rimasta intrappolata. La mattina dopo mamma mi chiese di scendere per controllare se i briganti fossero ancora lì ad aspettarla per farle del male... scesi, ma non sapevo chi dovevo cercare e perché... io non avevo visto nessuno, eppure ero terrorizzata".

La tensione, che aveva reso l'aria pesante in quella riunione di gruppo, si alleggerì quando si arrivò a definire, assieme, un sentimento emergente e dominante in alcuni "curanti" di sentirsi ciascuno come caduto dentro a tensioni, che allagavano lo spazio di pensabilità, per cui la domanda della terapeuta: "ma di chi è questo sogno?" non solo riguardava gli oggetti interni della paziente, ma anche gli attori della scena istituzionale.

La grave psicopatologia di V. come di molti adolescenti, che sono spinti a realizzare e a controllare il vuoto identitario e il vuoto relazionale rispetto a un "urto" traumatico silente, di sentire il proprio spazio psichico colonizzato da fattori egoalieni attuali e transgenerazionali, pone al gruppo dei curanti di una istituzione psichiatrica dell'età evolutiva, una attenzione continua nell'oscillare tra processi di identificazione selettiva, di prova con i pazienti, a quelle identificazioni proiettive patologiche, ai propri agiti o alle macroscopiche omissioni controtransferali (T. Carratelli et al., 2002). Sicché nel caso di V. il gruppo dei curanti invitò la terapeuta e l'infermiere a interrogarsi se come per loro, così anche per V., nel "qui e ora" di quel clima di ricovero appena descritto, le dinamiche dell'Istituzione, avvertite alla stregua di "briganti", tornavano a far sentire la ragazza minacciata e lei provava a difendersi e ad accentuare le strategie di controllo. Come potete notare sto, in questa mia esposizione, privileginado la tesi che non è tanto la prassi psicoanalitica nell'istituzione quanto l'incontro con una mentalità psicoanalitica a favorire il processo di "umanizzazione" dei luoghi di cura. Come si sa non solo negli adolescenti psicotici, ma anche nel gruppo dei curanti l'impatto emozionale della realtà, unita alla mancanza della capacità di modulare e di regolare gli affetti, può alterare l'esperienza della realtà e della consapevolezza, inficiandone l'esame.

Spesso i ritmi "aziendali" delle sedute, dei colloqui e degli incontri nel lavoro istituzionale, è così frenetico che la cornice di pensabilità è di continuo messa a dura prova ed è inevitabile l'oscillazione tra il lavorare in modi operanti il diniego della sofferenza mentale e altri volti a ritrovare, per primo, dentro di Sé un luogo di ricomposizione e di offerta della pensabilità di una esperienza emozionale altrimenti caotica.

Come precedentemente accennato, per il clinico è centrale il lavoro di autoanalisi per proteggere il proprio setting interno, accanto all'uso della funzione di consolidamento dei confini del Sé e di differenzazione delle "imago" che, tra l'altro, svolge il pensiero di gruppo cosiddetto di "mutua supervisione". Vorrei dire che il Tempo dell'Io e il Tempo del Noi sono oscillazioni ineludibili, garanti di quel processo di umanizzazione delle relazioni istituzionali, che altrimenti nei partecipanti cortocircuitano, ora nel corpo ora nell'agiti ripetuti, la violenza pulsionale attivata dalle modificazioni fisiche e psichiche dell'adolescenza e dal processo psicotico in atto.

Proprio in questo periodo, per un altro lavoro che ho in cantiere, ho avuto occasione di rivedere alcuni scritti inediti di una cara collega del nostro Gruppo, E. Fe d' Ostiani, che ha dedicato una vita al lavoro psicoterapeutico con i bambini autistici nelle istituzioni. Ho trovato interessante come ella descrive la qualità di lavoro silenzioso di autoanalisi a cui ci si trovi "intimati" quando nelle istituzioni le sedute si succedono rapidamente, come in una catena di montaggio.

Eleonora scrive: "Quel giorno una paziente adulta mi aveva portato un problema difficile con il proprio bambino psicotico, che io non riuscivo bene a comprendere per quanto mi sforzassi. Il mio controtransfert alla fine della seduta era qualcosa di incompleto, di non capito, la sensazione di non essere potuta andare a fondo di un problema. Carlo, un altro bambino di sei anni con tratti autistici, come al solito venne l'ora dopo, ma.... (quel giorno rispetto al buono andamento del suo processo terapeutico), mi colpì il suo parlottare indaffarato, il suo spostarsi qua e là come affranto. Nel momento in cui ritirai in me, a livello molto profondo, quella quota d'ansia relativa al fatto di non poter risolvere il problema della paziente precedente, Carlo via via si calmò e cominciò a giocare per conto suo. Egli quindi non ebbe bisogno di rispecchiare questo "me stessa", che prima mi aveva tanto preoccupata, poiché questo contenuto ora aveva trovato luogo nella mia mente".

Con il paziente psicotico occorre pertanto saper riconoscere la fragilità dei confini del Sé e la sua facile sovraesposizione a stimoli ambientali anche subliminari e, allo stesso tempo, sapere accettare le domande mute di particolari bisogni, che costituiscono la specificità di un funzionamento psicotico, pure in adolescenza.

Una istituzione può pertanto risultare un'esperienza "sufficientemente buona" nell'offrire una dimora del Sé, nella misura che il gruppo dei curanti sappia individuare le falle narcisistiche di base di questi nostri soggetti in grave empasse evolutivo e tenga ben presenti i bisogni più importanti e tipici di questi pazienti (Zapparoli, 1988): come il bisogno di un oggetto inanimato e non qualificato; il bisogno di continuità; il bisogno di non avere bisogni e il bisogno di poter porre richieste impossibili.

Di recente G. Pellizzari (2002) opportunamente ricordava che l'applicazione dello strumento psicoanalitico all'infanzia e all'adolescenza ha comportato un cambiamento radicale del paradigma: da un dispositivo "storico ricostruttivo", proprio della psicoanalisi dell'adulto, si è passati ad uno "linguistico-relazionale" nell'infanzia per arrivare a quel dispositivo "narcisistico-esperienziale", che sta permettendo all'adolescenza, definita da A. Freud la Cenerentola della psicoanalisi, di diventare una principessa.

In effetti, in questi ultimi anni anche l'esperienza di clinica istituzionale, condotta da psicoanalisti nei confronti di una domanda terapeutica sempre maggiore, ha contribuito ad amplificare la ricerca psicoanalitica verso la riconcettualizzazione del setting, verso l'ampliamento della dimensione del controtransfert, proprio nella direzione dell'autoanalisi da parte dell'analista.

L'aumento della richiesta psicoterapeutica riguarda adolescenti che presentano un blocco evolutivo associato ad una seria psicopatologia a prevalenza narcisistica, in cui la qualità dell'oggetto esterno e la relazione che esso propone, acquistano rilevanza, contenendo una potenzialità riorganizzante oppure, al contrario, disorganizzante.

Sempre più i fattori terapeutici come agenti del cambiamento psichico sono legati alla "persona" dell'analista, a quello che l'analista é, rispetto a quello che dice.

A. Giannotti era, ad esempio, una Persona capace di trasformare la sua partecipazione affettiva in risposta specifica, attraverso il dispositivo analitico che disponeva. In particolare, nel lavoro istituzionale era capace di attingere a un sapere e un sentire psicoanalitico (P.C. Racamier, 1972), ma allo stesso tempo di mettersi in gioco e di comportarsi con spontaneità e semplicità.

Pensando al suo insegnamento concluderò questa mia presentazione citando una nota storiella zen che, proprio un'allieva di Adriano (A. di Santo, 2002), di recente mi ha ricordato: trovo che sia una buona metafora per rendere omaggio al ricordo di un Collega che sapeva ascoltare e creare uno spazio comunicativo autentico tra sé e gli altri.

La storiella zen narra di un intellettuale che va a visitare un maestro per verificare la validità delle sue teorie. Nel servirgli il té, il maestro lo versa lentamente, riempendo la tazza fino all'orlo. Non sembra accorgersi che la tazza trabocchi. In preda ad una stupefatta agitazione, l'ospite lo prega di fermarsi. "La tazza è piena! - grida al maestro- non c'è spazio per altro tè. Non c'entra più nulla!".

Il maestro si ferma e osserva che la tazza è come la mente: se è piena non c'è spazio per niente altro. Se dobbiamo com-prendere (prendere dentro qualcosa), dobbiamo prima svuotare la nostra mente. Solo allora l'ospite si accorge di essere arrivato dal suo maestro con la mente troppo piena per imparare realmente qualcosa di nuovo.

Credo che ad Adriano molti di noi siano debitori dell'acquisizione di questa mentalità in cui chi insegna dovrebbe essere più orientato "a vuotare che a riempire” e di quanto sia importante per la conoscenza, la creazione di uno spazio dove il tessuto immaginativo possa svilupparsi ed essere legato assieme alle altre dimensioni personali dell'esperienza.


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