Roma
Decennale dell'AIPsi
16 Novembre 2002
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Violenza e Ambiguità

Jacqueline Mehler Amati


La mia attività in questi ultimi vent'anni mi ha portata a visitare diverse società psicoanalitiche nel mondo. Ho avuto occasione di partecipare a convegni e incontri e di collaborare o discutere con colleghi che operavano in paesi in guerra - come il Medio Oriente, la ex Yugoslavia - o in paesi, come L'Argentina e altri paesi latinoamericani che subivano una dittatura o moti terroristici, nei quali gli analisti si trovavano a condividere con pazienti situazioni in cui la paura, la tortura e il lutto erano all'ordine del giorno.

Vorrei oggi condividere con voi alcune di queste esperienze che mi hanno particolarmente colpita e che mi hanno fatto riflettere sugli sforzi di colleghi che, in situazioni del genere, possono continuare a pensare rimanendo fedeli allo spirito psicoanalitico di ricerca della verità. In particolare, farò riferimento a tre diverse esperienze.

Dapprima, mi riferirò all'impatto che ebbe sull'analista, e di conseguenza sul processo analitico, il ricordo improvviso - da parte del paziente - di eventi di insolita intensità traumatica, vissuti nel passato e poi rimossi.

In un secondo momento, mi soffermerò su alcune difese che, in situazioni estreme di tensione sociale, inficiano la capacità dell'analista e dei pazienti di distinguere tra difese che provengono dal mondo interno e che fanno parte della propria nevrosi, da altre difese che - in funzione del bisogno collettivo di negare il pericolo esterno e il dolore psichico - sono condivise dalla società intera e, di conseguenza, oscurano e ostacolano la loro esplorazione analitica.

Infine, mi riferirò ad alcune vicende che, pur diverse tra loro, sono accomunate dal trattare alcuni aspetti della nostra disciplina in rapporto a gravi situazioni sociali, o "situazioni estreme" che, inevitabilmente, si ripercuotono sulla nostra pratica psicoanalitica, nei suoi aspetti clinici, teorici ed etici.

I

Il primo caso - che riguarda il ritorno del ricordo traumatico in seduta da parte di un paziente reduce da un campo di sterminio nazista - fu presentato in un congresso dall'analista che lo ebbe un cura e che ne poté riferire soltanto a distanza di una ventina di anni. Riflettendoci, penso che non sia stato casuale che l'analista abbia potuto riparlarne e condividere questa esperienza soltanto dopo la fine, nel suo paese, di una dittatura feroce. Le emozioni che la presentazione di questo caso clinico ha suscitato in quel convegno erano indubbiamente ricollegabili al suo contenuto, ma anche ad alcune riflessioni teoriche sul caso.

Riflessioni che non si discostano da altre simili fatte da diversi autori nel corso del tempo, poiché ci confrontiamo con un aumento costante di situazioni che comportano gravi attacchi alla condizione umana, promuovendo l'esame di questioni in parte inedite per gli psicoanalisti.

Operiamo infatti in un mondo sconvolto, dove - anche per via delle tante migrazioni - diventa oramai sempre più frequente ricevere pazienti che hanno vissuto "situazioni estreme" in qualche luogo o in qualche momento della loro esistenza. Inoltre, il mutamento sociale dovuto alla industrializzazione e allo sviluppo tecnologico suscita nell'uomo un crescente malessere e quindi l'uso di difese nuove ed estreme per far fronte, nell'ambito di così rapide trasformazioni, alla confusione rispetto alle divisioni classiche tra buono e cattivo e alla moltiplicazione e velocità di mezzi di informazione con il conseguente sovraccarico dell'apparato psichico.

Come ci insegna la clinica, l'effetto di questo bombardamento massivo da parte dei mass media (che - tra l'altro - non rispetta fasce d'età) non va sottovalutata in un mondo che ha perso -nel male e nel bene- una gran parte dei valori e delle coordinate tradizionali.

Non possiamo sottrarci alla constatazione dell'aumento di violenza incontrollata nella società che ci circonda. Una società che non ha mai registrato cambiamenti così veloci come quelli che si stanno svolgendo adesso. Né si erano svolti dei mutamenti di una qualità tale che, oltre ad incidere in prevalenza sul costume o sull'ideologia, incidono direttamente sulla formazione e sul funzionamento mentale ed emotivo delle persone.

Per di più, molte notizie e il modo in cui sono proporzionate, ci fanno confrontare con esperienze che, come durante la Guerra del Golfo, ci fanno sentire tanto vicini quanto alieni al vero svolgersi dei fatti, proprio in virtù della commistione tra il videoschermo -un oggetto concreto, familiare- e lo scenario fantascientifico di una tragedia che, nella sua astrazione tecnologica quasi da fumetto, poteva apparire forse a qualche adulto, ma certamente a quasi tutti i bambini e adolescenti attuali, come un video-game . Segnalo questi aspetti che ho discusso altrove perché indicano una crescente disfunzione dell'Io e della personalità che incidono sulle considerazioni che vengo svolgendo.

In un articolo pubblicato nel 1977 Silvia Sas Amati si riferiva ad un articolo di Hacker per sostenere che molti disturbi - in aumento nelle ultime decine di anni - possono essere ragionevolmente studiati come disturbi della funzione discriminatoria dell'Io, la quale ha origine (precoce e inconscia) in quelle funzioni più remote che dividono l'interno dall'esterno, il piacere dal dispiacere, il bene dal male. E proprio questa funzione - sostiene ancora Silvia Sas Amati - sarebbe particolarmente sottoposta ad una sovrabbondanza di stimoli nella nostra epoca attuale.

Possiamo sostenere che il nostro bagaglio psicoanalitico sia sufficiente ad affrontare il compito di analizzare persone con esperienze così singolari? O ancora, siamo capaci di capire, essendo immersi assieme al paziente in una realtà sociale drammatica, se e quanto possa essere inficiata la nostra funzione analitica?

Cosa dire del nostro compito - che è occuparci in modo prevalente della realtà interna- se la realtà esterna è in crisi, e preme da tutte le parti forzando quella funzione-confine dell'Io tra interno ed esterno?

In che modo può l'esame di queste problematiche incidere sulla nostra identità e semmai sull'identità e i fini della nostra Istituzione?

Il punto principale, a mio avviso, è l'esame delle tecniche difensive messe in atto di fronte a "situazioni estreme" non solo da parte del paziente, ma anche da parte dell'analista, con le dovute conseguenze nel rapporto e nel processo analitico. Se queste difese non sono ben esplorate dall'analista stesso, esse portano a teorizzazioni che, per quanto apparentemente logiche, non riusciranno a nascondere la loro ambiguità.

Il rapporto tra la realtà interna e la realtà esterna - che è stato oggetto di innumerevoli convegni - costituisce un capitolo fondamentale della psicoanalisi ed è stato trattato da Freud in molti dei suoi lavori fondamentali, scritti in epoche diverse a sostegno delle più svariate tesi a favore dell' uno o dell'altro possibile rapporto tra psicoanalisi e realtà, e della relativa Weltanschaung.

Tuttavia, prima di entrare in merito alla questione stessa delle difese che scattano di fronte a situazioni critiche, si impone la domanda se sia possibile considerare l'impatto di tali situazioni sociali di crisi sui nostri pazienti, senza capire nel contempo come queste si elaborino dentro di noi, in quanto persone, professionisti e membri di un gruppo.

Molti autori che hanno esplorato il punto terzo cui mi riferivo all'inizio - tra cui in particolare due analisti argentini, M. Kijak e M.L. Pelento- rispondono in modo categorico non solo che questo non è possibile, ma che la mancata consapevolezza - da parte dell'analista - delle difese che mette in opera di fronte a tale contingenze azzera, come dicevamo prima, la sua funzione analitica.

Questo può sembrare tanto banale quanto scontato: quale analista non sottoscriverebbe quanto sopra? Il problema è che sono in gioco situazioni nuove e difese professionali non sufficientemente "analizzate". Sebbene tutti condividiamo quanto detto da Mannoni che "l'unico potere che il transfert offre all'analista è il potere di analizzare", Kijak e Pelento sono convinti che si è parlato molto di questo (il transfert) e dei pericoli dell'acting-out da parte degli analisti, ma non a sufficienza dei guasti provocati in essi dalla rimozione.

Così come la rimozione rende alieno all'Io un territorio interno del paziente, così nell'ambito della relazione terapeutica certe difese (e io non credo si tratti di rimozione soltanto) dell'analista rendono alieni ed estranei all'analisi territori sentiti come minacciosi.

Di converso, se la realtà esterna è troppo minacciosa, sappiamo che alcune difese come la negazione, ma in particolar modo il diniego possono operare allo stesso modo, mantenendo la stessa minacciosa realtà aliena alla percezione del paziente, dell'analista e quindi "assente" dal rapporto analitico, come nel caso che descriverò tra poco.

Le "situazioni estreme" suscitano dei meccanismi difensivi atti ad alterare i termini dell'interazione tra interno-esterno, conscio-inconscio, reale-irreale, vero-falso, razionale-irrazionale.

Persecuzione, tortura e guerra sono fatti irrazionali, ma molto reali. Noi, in quanto analisti, siamo continuamente messi a confronto con materiale irrazionale inconscio, che però può essere vissuto come molto reale. Certe volte, non possiamo esimerci dal dover discriminare durante il nostro lavoro tra ciò che è reale, benché irrazionale, e ciò che non lo è, anche se è irrazionalmente sentito come tale (è "vero" ma non reale); i primi eventi appartengono alla realtà esterna ed i secondi alla realtà interna.

II

Mi riferirò ora al caso che riguarda in modo più specifico il secondo punto menzionato relativo a difese collettive condivise che incidono sulla funzione analitica.

Ad un Congresso della Federazione Europea che si è svolto attorno agli anni ottanta in Israele in un momento di aspro conflitto, per quanto ben meno grave di quello attuale, ci fu la presentazione da parte di un'analista israeliana di un caso clinico con la dettagliata descrizione del rapporto analitico. Questa è stata una delle prime volte in cui ho avuto occasione di riflettere sui problemi di violenza non in quanto soggetto sociale e politico, ma in quanto psicoanalista. Mi sono resa conto di quanto doveva essere difficile lavorare, data la situazione belligerante del paese, fra persone da secoli oggetto di persecuzione e ancora tormentate da problemi di sopravvivenza, poiché è proprio in situazioni del genere - nelle quali analista e paziente sono immersi in una situazione critica sociale - che il rapporto tra dentro e fuori può essere alterato a scopo difensivo. Yolanda Gampel, alla quale la nostra Associazione dove molto poiché è stata delegata dall'IPA ad accompagnare i nostri primi passi per diventare una nuova società (come è la prassi dell'IPA), ha scritto numerosi lavori fondati sulla sua esperienza di collaborazione tra psicoterapeuti israeliani e palestinesi.

Il racconto dello sforzo psichico richiesto alla professionalità di questi analisti e psicoterapeuti nei loro incontri - ciascuno di loro, naturalmente, aveva figli, figlie, familiari che rischiavano la vita ad ogni momento - fa parte di alcuni tra i suoi lavori più significativi che vertevano sia sul controtransfert personale e di gruppo, sia sui confini entro i quali è possibile affrontare tali situazioni.

La partecipazione di Yolanda a questa nostra giornata -purtroppo poi rivelatasi per lei impossibile - faceva parte, naturalmente, del nostro programma.

L'esperienza di questo gruppo di lavoro e il tentativo di compenetrazione del mutuo dolore è stata ben diversa, purtroppo, dalla situazione conflittuale creatasi nell'ex Yugoslavia, in cui un Convegno tra Serbi e Croati ha dovuto essere sospeso perché, con una serie infinita di sottili intrighi, gli analisti di una parte tentavano di escludere la partecipazione dell'altra parte nemica !

Ma vorrei ora tornare sul caso clinico della collega israeliana. Le manifestazioni ostili e distruttive che emergevano dal materiale del paziente venivano sistematicamente interpretate come se fossero causate da una difesa dai sentimenti di amore e di dipendenza. Sia il coniuge dell'analista che il paziente stesso stavano per essere inviati al fronte da un momento all'altro e il clima del rapporto, in seguito alle incalzanti interpretazioni dell'analista, si era fortemente erotizzato.

La nostra funzione analitica, finché sveglia ed operante, di fronte all"irrazionale" presente nella situazione analitica, dovrebbe consentirci di capire se si tratta di eventi psichici connessi con eventi consci e realistici, oppure se sono il veicolo di una comunicazione inconscia (o entrambe le cose).

Se il materiale emergente, ad esempio, è in rapporto a pulsioni distruttive inconsce

- benché distorte da difese quali il diniego, la scissione o l'inversione degli affetti tramite la seduzione e l'erotizzazione - la mancata comprensione da parte dell'analista oppure una interpretazione che non tenga conto di cosa si cela dietro la difesa, potrebbe soltanto perpetuare l'incapacità del paziente ad elaborare la sua ambivalenza, nonché i processi di separazione-individuazione a livelli precoci di organizzazione mentale.

Di converso, se i contenuti emersi in seduta - quali timori e preoccupazioni per il benessere degli oggetti, analista compreso - fossero relativi a realistiche fonti di pericolo o imminente catastrofe, l'interpretazione di questo materiale come espressione di pulsioni distruttive inconsce, porterebbe soltanto a svalutare le corrette percezioni da parte del paziente.

Nel caso citato del paziente e dell'analista israeliani, durante la seduta si parla insistentemente del bisogno di vicinanza, mentre le associazioni sia dell'analista che del paziente si riferivano a guerra, morte e distruzione. Dalla storia del paziente e del processo analitico erano emerse con evidenza problematiche ben più profonde, legate a una marcata distruttività di questo paziente borderline. Tuttavia il materiale del paziente veniva interpretato soltanto ed esclusivamente come paura della dipendenza e della separazione imminente, malgrado fosse sopratutto espressione di vicende pulsionali molto più arcaiche.

Tali situazioni mi hanno indotto a pensare sul ruolo che può svolgere il bisogno di negare quanto connesso con il dolore psichico - in quel caso, sentimenti aggressivi legati a paura di perdite, separazione, persecuzione e catastrofe interna - nella costituzione di ciò che chiamerei difese sociali istituzionalizzate, qualora si verificassero nell'ambito di un generale consenso collusivo della comunità (sociale o istituzionale). Si altera così il rapporto tra angosce sentite come troppo pericolose, e reali pericoli sociali sentiti come troppo angosciosi.

Anche nella situazione analitica, quindi, si può colludere con questa operazione, trasformando il pericolo interno (sentito nel rapporto analitico) in un pericolo esterno (che era anche realmente presente nel caso citato), facendo così aderire la realtà interna alla realtà esterna.

Tuttavia, il fatto che mi ha indotto a ulteriori riflessione è che, mentre quasi tutti noi analisti stranieri avevamo colto questi aspetti difensivi e collusivi della presentazione clinica, soltanto pochissimi tra i colleghi israeliani presenti - coinvolti nel clima doloroso e pericoloso, foriero di lutti imminenti - avevano potuto continuare ad esercitare la funzione analitica di fronte al dramma a due livelli che si stava svolgendo nel processo analitico in questione.

III

La situazione opposta a questa (la terza delle situazioni segnalate all'inizio), vale a dire il diniego del versante reale esterno relativo alla crisi nella quale possono vivere immersi pazienti e analista, è stata anch'essa oggetto di vari scritti specialmente da parte di autori argentini, in particolare di Kijak e Pelento cui mi sono già riferita.

Essi ricorrono al concetto di asimmetria, concetto caro a me e molti altri colleghi nella nostra Associazione, quando parliamo della conditio sine qua non perché possa svolgersi un processo analitico.

Soprattutto oggi, in cui assistiamo alla confusione tra un concetto fondamentale della psicoanalisi quale la neutralità(1), e quello di "indifferenza" dell'analista, talora perdendo di vista che la capacità indispensabile per poter svolgere la funzione analitica è quella di mostrare al paziente il conflitto intrapsichico tra diverse parti di sé, anziché schierarsi con l'una o con l'altra.

Di fatto, Kijak e Pelento si rifanno al concetto di asimmetria del rapporto analista-paziente e all'impatto sulla medesima in momenti di crisi in cui "la distanza si altera e l'asimmetria tende a perdersi".

Mi pare questo uno dei punti cruciali di questo interessante lavoro; gli autori esaminano i meccanismi che l'analista mette in moto per recuperare quella asimmetria necessaria e funzionale al processo evolutivo dell'analisi. Essi si soffermano sull'uso di certi meccanismi patologici che, in quanto difensivi, non recuperano l'asimmetria che promuove crescita, ma una illusione di asimmetria (frutto di difesa).

Classiche o nuove che siano le difese, si produce nella situazione analitica un "disconoscimento degli stimoli e un disturbo della ricettività dovuto a nuclei non risolti dell'analista, sul quale influisce un clima sociale o ideologico che favorisce tali risposte; ad esempio, repressione sociale, propaganda, ideologie istituzionali".

Un punto importante segnalato (e che purtroppo non possiamo che confermare) è che tali difese possono operare alla stessa maniera dentro di noi non solo di fronte a situazioni sociali in senso esteso, ma anche in senso circoscritto alle nostre proprie Istituzioni o gruppo di appartenenza, il che richiede una costante vigilanza interna da parte nostra.

In effetti, in relazione a questo punto bisogna fare una differenza tra l'identificazione dell' analista con il proprio analista e il suo modello di riferimento, (cosa che è stata privilegiata ad un certo punto della storia della psicoanalisi) e l'identificazione, invece, con la funzione psicoanalitica(2).

Si suppone che l'analista, avendo raggiunto una certa armonia tra le diverse istanze psichiche, possieda un Io flessibile capace di operare regressioni utili nonché consapevoli. Tuttavia, di fronte ad un'acuta crisi può verificarsi una maggiore o minore rottura di questa armonia, potendosi in questo caso ipertrofizzare le modalità ideologiche a scapito della funzione analitica, e il pericolo risiede nel non riconoscere quando questo processo è in atto.

Nel lavoro del collega che presentò il caso del paziente reduce di Auschwitz, cui mi sono riferita al primo punto di questa relazione, ci troviamo di fronte a una situazione nella quale l'empatica regressione dell'analista, al servizio di ciò che chiamerei la "con-vivenza" con l'atroce angoscia del paziente, produsse un'intensa crisi in seduta, inevitabile e drammatica.

Se l'analista non avesse potuto tollerare questa intensa esperienza, egli avrebbe potuto agire, difendersi impoverendo la sua percezione o cercando rifugio nella teoria o nella tecnica, fatto fin troppo frequente e mai abbastanza riconosciuto. Il paziente, di fronte al lacerante urlo di separazione della madre nella anticamera della morte del lager, non aveva sentito niente: aveva guardato, visto e udito tutto ... ma non aveva sentito nulla; quello che il paziente non riuscì a sperimentare allora, fu recuperato solo venticinque anni dopo, rendendo l'analista partecipe del vissuto traumatico e annientandolo con l'emozione. Nel recepire il trauma del paziente, l'analista si sentì invaso dall'angoscia e dal dolore: toccò il paziente e lo tenne per mano.

Egli si riferisce a questo fatto come ad un acting controtransferale e considera quel momento come una momentanea sospensione della analisi.

A mio parere, si può discutere se vi sia veramente stata una sospensione del processo, ma quello che conta nell'ambito del nostro discorso è che, vivendolo così, l'analista non abbia sentito l'esigenza difensiva di cambiare le carte in tavola rispetto ad un'area non elaborabile, quale si è dimostrata la ferita lasciata dal "campo".

Riflettendo su questo evento viene da chiedersi se l'analista non diventò - tramite l'episodio emotivo che azzerò momentaneamente l'asimmetria analitica - il nesso che permise al paziente di trasformare il disconoscimento della percezione negata del dolore (per la separazione-morte imminente della madre) in un riconoscimento della medesima che gli suscitò il pianto venticinque anni dopo, come se avesse ascoltato l'urlo della madre per la prima volta. Suarez stesso riferì sul caso solo una ventina di anni dopo.

E qui si inserisce - a mio parere - un punto fondamentale e fin qui poco discusso: vale a dire che certi traumi e i disturbi che ne derivano possono rimanere inaccessibili all'elaborazione anche quando vengono meno la negazione e il diniego di alcuni vissuti.

Credo che dobbiamo chiederci quale rapporto esista tra l'impossibilità di elaborazione da un lato, ed il ricordare, la coazione a ripetere e quanto si possa situare al di là del principio del piacere, dall'altro.

E ancora, che funzione ha poter condividere la percezione di un fatto negato e le relative emozioni come ci ha descritto Suarez? Per parte mia, concordo con lui che alcuni vissuti non si possono elaborare e non si possono attenuare, perché è impossibile da un punto di vista economico bilanciare il costante ed intenso afflusso che, invadendo la psiche, si costituisce attraverso un trauma particolare in un'alterazione strutturale irreversibile.

Suarez, parlando della nevrosi traumatica, si riferisce - nel caso del suo paziente - ad un'alterazione strutturale dell'Io, per via di una parte di esso scisso e rimasto fissato "al campo".

Ora, nelle nevrosi traumatiche si parla di rimozione e non di diniego come in questo caso e inoltre, come giustamente dice l'Autore, qui si tratta di un trauma cumulativo. Tuttavia, forse, non è ancora sufficiente per capirne la inelaborabilità.

Penso che siamo di fronte al bisogno di sopprimere (per sopravvivere) una realtà esterna troppo orrenda per poter essere metabolizzabile in termini psichici. Anche nelle psicosi il paziente si trova a negare una realtà intollerabile, tuttavia essa non è fatta solo di realtà esterna oggettiva (come per i pazienti reduci da "situazioni estreme"); ma anche di una realtà esterna alterata e deformata, in quanto sede di proiezioni di una realtà interna conflittuale e perciò, perlomeno in parte, elaborabile.

Quindi, la non elaborabilità sembra legata all'alterazione strutturale che deriva dal tipo particolare di trauma o cumulo di traumi che l'ha prodotta e che la rende irreversibile, perché non causata da conflitto intrapsichico. E' come una mutilazione perenne e forse, in sede analitica, possiamo soltanto aiutare a rendere più tollerabile la convivenza con quell'area irreparabilmente danneggiata, o riconosciuta come tale, da parte del resto della personalità.

A questo punto potremmo chiederci in che cosa queste situazioni si differenzino dal lutto, che deve anche fronteggiare perdite irreparabili. Forse siamo di fronte a perdite cui si aggiungono circostanze di "realtà incredibili", perché non umane.

Di fronte alla impossibile elaborazione, l'unico sollievo possibile proviene dal poter condividere l'esperienza delle emozioni e del dolore, sentendosi contenuti nell'ambito di un rapporto. In quanto funzione del rapporto analitico, non credo - come dicevo - che si possa parlare di paralisi del processo, come fa Suarez. A mio parere il rapporto analitico ha consentito quell'esperienza che, a sua volta, ha consentito la continuazione del processo analitico. Il problema diventa proprio il venir a patti con il fatto che certe zone possono restare per sempre immutabili, arroccate nella disperata adesione della memoria al fatto traumatico, che diventa come una struttura fotografica (Suarez la descrive come alterazione permanente dell'Io), sempre coattivamente presente e che non ha quindi bisogno di ripetersi.

Ancora una volta ci vengono in aiuto i poeti per dire quanto a noi riesce difficile, per cui vorrei a questo proposito citare un verso di René Char:

"... come posso ricordarmi di te, se tu sei il mio continuo presente ..."

Il riconoscimento - come ha fatto l'analista- della non elaborabilità del trauma del paziente, mi sembra sia scaturito dalla profonda partecipazione che egli ha potuto consentirsi in questo rapporto, senza mettere in atto difese che lo avrebbero certo cautelato da percezioni dolorose, ma che non avrebbero consentito al paziente di riconoscere e recuperare quanto di umano aveva dovuto denegare per sopravvivere.

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1) Un importante contributo su questo concetto sarà pubblicato sul prossimo numero della nostra rivista: Psicoanalisi 6.2, ad opera di Axel Hoffer.

2) Come ho già avuto l'opportunità di dire in occasione della recensione del libro di Klauber "Difficoltà nell'incontro analitico" (Amati Mehler, 1984) nel quale l'autore fa una disamina di queste problematiche con estrema lucidità ed attaccamento allo spirito della psicoanalisi come ricerca della verità.

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