J. Amati Mehler, S. Argentieri, J. Canestri (2003):
La Babele dell’inconscio. Lingua madre e lingue straniere nella dimensione psicoanalitica. Nuova edizione. Milano: Raffaello Cortina Editore, pp. 415

RECENSIONE
di Giovanna Ambrosio

È la seconda edizione di un piccolo classico della letteratura psicoanalitica italiana, uscito nel 1990 e ormai introvabile da alcuni anni, con numerose traduzioni all’attivo (francese, inglese, spagnolo, tedesco e olandese in forma parziale).
I tre autori – psicoanalisti didatti e membri fondatori dell’Associazione Italiana di Psicoanalisi – sottolineando la differenza tra polilinguismo e poliglottismo, trattano specificamente il tema del polilinguismo nella prospettiva della psicologia del profondo. A tal fine – e questo è uno dei pregi maggiori del volume – partono dalla esperienza professionale di trattamento clinico di pazienti di lingua madre diversa dalla loro: essi si interrogano non soltanto sugli aspetti specifici relativi a questo particolare caso di trattamento psicoanalitico, ma anche sul funzionamento intrapsichico di tutti coloro che, indipendentemente dall’analisi, parlano, pensano, sognano in due o più lingue.
Il tema della lingua e del polilinguismo, considerato alla luce dell’organizzazione psichica, diventa così il filo principale che ci permette di accedere ai “fondamentali” della psicoanalisi, trattati all’interno dell’edificio metapsicologico freudiano e nel vivo del setting e del rapporto psicoanalitico.
Gli autori, sempre attenti a focalizzare l’attenzione sui livelli precoci, affrontano il tema della formazione del simbolo e del passaggio dalla rappresentazione di cosa alla rappresentazione di parola, sottolineando la qualità concreta e corporea delle prime esperienze verbali: ” ‘Immerso in un bagno di parole’ – come dice suggestivamente Spitz (1957) – il bambino, prima ancora di imparare a parlare, impara il senso delle parole e i nessi tra le parole e le cose in una rete inestricabile di vissuti emotivi e percettivi” (p. 82). O, ancora, leggiamo più avanti: “La parola, all’inizio “grido organico”, come diceva suggestivamente Annie Anzieu (1980), rapidamente diventa segno. Il nome della cosa sostituisce progressivamente la necessità di allucinare l’oggetto assente desiderato, constata la separazione, ma vi pone anche rimedio” (p. 83).
Si ripercorrono, poi, le vicissitudini dei processi di separazione, differenziazione e individuazione e, quindi, di costruzione dell’identità e dell’identità di genere. E ancora, viene affrontato il tema della memoria e della rimozione e, più generalmente, del costituirsi di un’organizzazione psichica o di una struttura e dell’apparato difensivo ai vari livelli dello psichismo.
Soltanto per fare un esempio, segnalo la chiarezza concettuale con cui, nell’ultimo capitolo, viene trattato il tema della scissione e dell’integrazione e della differenza tra Spaltung e Splitting.
La ricerca si dipana poi su altri piani, oltre a quello specificamente psicoanalitico: storico, linguistico, antropologico, letterario, di psicologia dello sviluppo e financo “personale”.
Come scrive uno degli autori, a testimonianza di una poliedricità esistenziale determinata dal polinguismo linguistico, “… a parte l’inglese nel quale si è svolta la mia educazione, io ho l’impressione di essere nata parlando perlomeno quattro lingue. Non saprei dire quale è stata la mia lingua materna, anche se considero che sia lo spagnolo…le quattro lingue che ho sentito e imparato a capire prima dei tre-quattro anni fanno parte di un patrimonio…presimbolico, intimamente collegato a esperienze corporee e a vissuti comunque dell’ordine del concreto, strettamente parenti del processo primario. Nel mio caso personale ritengo che dal punto di vista affettivo possa essere stato importante che tutti parlassimo varie lingue tra noi; il passaggio da una lingua all’altra in una stessa conversazione avveniva senza neanche accorgercene, come se ognuno trovasse nelle diverse lingue modi congeniali di esprimere un dato fatto. Forse la separazione da posti e persone era in parte mediata dai linguaggi che ci portavamo appresso in un sistema difensivo forse non del tutto inefficace”. (pp.158-160)
Nella parte di storia del pensiero psicoanalitico è ben riverberato l’ambiente poliglotta e cosmopolita della Mitteleuropa: analisti e pazienti erano spesso bilingui o trilingui, quando non polilingui (Abraham, ad esempio, di lingue ne parlava otto!) e il fenomeno non era vissuto in modo problematico. Lo stesso Freud nell’Uomo dei lupi alterna il tedesco con l’inglese o il russo, a sottolineare la ricchezza del simbolo linguistico, piuttosto che non una difficoltà delle emozioni profonde.
Una prima riflessione avviene nel secondo dopoguerra, una volta conclusa la persecuzione di molti analisti di origine ebrea costretti ad emigrare e a lavorare, quindi, in un nuovo ambiente e con una seconda lingua (in maggioranza l’inglese). Gli studi e le ricerche in merito, tuttavia, non raggiungono qualità e numero che il tema del polinguismo ha conseguito e in altri campi del sapere, come la linguistica, la psicologia dello sviluppo e, da ultimo, nelle neuroscienze.
Per quanto riguarda l’apprendimento precoce delle lingue straniere, gli autori confutano la tesi della Scuola Logopedica di Vienna, che condannava l’educazione di un bambino in un ambiente plurilingue come causa “certa” di disturbi dell’apprendimento e del pensiero.
Il punto di vista delle neuroscienze è un ampliamento affascinante di questa nuova edizione. Ritenute spesso, in termini pregiudiziali, come il principale antagonista contemporaneo della psicoanalisi, le neuroscienze finiscono per diventarne in questo ambito l’alleato d’elezione. Le moderne indagini sul funzionamento delle aree cerebrali, attraverso tecniche raffinate quali la FMRI (Functional Magnetic Resonance Imaging) e la PET (Positron Emission Tomography), hanno dimostrato che “il processo linguistico è mediato da un network deputato, secondo regioni cerebrali differenziate per gli aspetti fonetici, grammaticali e sintattici di una lingua; e che le diverse competenze linguistiche – lingua madre o lingua acquisita successivamente – fanno capo ad aree cerebrali differenti, senza invece alcuna discriminazione significativa riguardo ai ceppi linguistici o ad altre peculiarità degli idiomi in sé” (p. XIII).
Tradotto in termini psicoanalitici, l’assunto sopra citato ribadisce con le procedure neurofisiologiche che il polilinguismo si caratterizza per una particolare ricchezza e complessità del processo psichico sottostante al pensiero, che richiedono al soggetto in questione una combinazione dinamica di mappe e reti flessibili e personali per esprimersi nella comunicazione interiore e con gli altri. Il problema non è tanto la lingua in sé utilizzata, ma le modalità con cui tale espressione è vissuta o che tale espressione permette di vivere.
L’incursione nel mondo della letteratura era già cospicua nella prima edizione: di autori come Canetti (memorabile per La lingua salvata), Beckett (En attendant Godot), Bianciotti (Senza la misericordia di Cristo) e Ulhman (The Making of an Englishm) e, ancor prima di loro, il polacco Conrad della discesa nel profondo della Linea d’ombra, si considera non soltanto il lato autobiografico, spesso di esuli o di sradicati, ma anche la ricchezza del mondo poetico e letterario che il polilinguismo ha aiutato a formulare in alcune delle più alte creazioni artistiche del Novecento.
Anche in questo caso, la seconda edizione si impreziosisce con l’ampliamento del paragrafo (“Un velo di carta sopra l’abisso”) dedicato a V. Nabokov, felice esempio di applicazione del punto di vista psicoanalitico all’interpretazione letteraria di un autore che amava dire di pensare come un genio, di scrivere come un autore eminente e di parlare come un bambino per via delle sue vicissitudini esistenziali: “la magia di Nabokov (…) non è nel fenomeno in sé che è universale; ma nella qualità creativa personale, che sfugge necessariamente a ogni indagine scientifica; una creatività capace di evocare anche in noi, lettori o spettatori qualunque, una proliferazione di risonanze e consonanze sensoriali che vanno ad arricchire il nostro mondo interno” (p. 237).
In questo paragrafo viene focalizzato il tema affascinante delle sinestesie. Il termine, derivato dal greco sunaésthesis, significa “percezione simultanea” e sta ad indicare quel fenomeno prima psichico e poi linguistico che si riferisce al coniugarsi di una sensazione (auditiva, visiva, ecc.) con una percezione di natura sensoriale diversa (quante volte mi è capitato di pensare che una telefonata era stata una “telefonata verde”!).
Ogni qual volta riceviamo uno stimolo – uditivo, visivo, tattile, olfattivo, gustativo … – si attiva infatti nella nostra mente una rete associativa che estende la risposta a tutta la gamma sensoriale, nell’intero registro delle nostre potenzialità … Così – per utilizzare il linguaggio psicoanalitico – si costruiscono nella mente, a livelli inconsci, le “rappresentazioni di cosa”, che sono sempre polisensoriali, frutto delle esperienze percettive individuali, ma anche delle fantasie o dei sogni di ciascuno. Come già Freud aveva compreso, tali rappresentazioni di cosa vanno a coniugarsi a livello di coscienza con le “rappresentazioni di parola” ” (p. 236).
Ancora una volta le neuroscienze, confermando le ipotesi freudiane, hanno individuato le “mappe” dinamiche di “rappresentazioni”: … “messe in scena senso-percettive di sapori, odori, suoni, esperienze tattili, che si attivano contemporaneamente nei nostri emisferi cerebrali, in genere, sotto la leadership dell’immagine visiva e acquistano senso grazie al “collante” degli affetti” (p. 237).
Come soleva dire Nabokov: “Scrivo in tre lingue, ma penso per immagini”.
In conclusione, la Babele che dà il titolo al volume è sicuramente uno stigma del polilingue, ma uno stigma che non diventa destino fatale e insuperabile di scissione e frammentazione: essa può essere invece segno di un lento e faticoso cammino in direzione di un’integrazione di universi linguistici infantili, dialettali, familiari o adulti – come si può dire anche per chi parla una lingua sola.