La Matrice Somatica.
Il 15 Marzo 2026 si è svolta la Domenica Scientifica “La matrice somatica. Dare voce agli spazi ciechi nella dialettica mente-corpo”, un incontro intenso e molto partecipato che ha provato ad avvicinare una delle questioni più profonde della clinica psicoanalitica: come ascoltare e accogliere ciò che nell’esperienza umana non è ancora diventato parola, ma continua comunque a manifestarsi nel linguaggio del corpo.
Nelle tracce somatiche si archiviano eventi che non sono mai divenuti parola: luoghi in cui si annidano quegli spazi ciechi dell’esperienza affettiva e traumatica che sfuggono alla consapevolezza verbale. La domanda che ha attraversato la giornata è stata: quanto è possibile intercettare queste eco del passato e dare loro voce?
Il convegno, organizzato dall’Associazione Italiana di Psicoanalisi, dalla Scuola di Specializzazione in Psicoterapia ASNEA e dalla Neuropsichiatria Infantile dell’IRCCS San Gerardo di Monza, in ricordo del professor Mario Bertolini, ha visto una partecipazione numerosa e un confronto ricco di pensieri.
Un sentito ringraziamento va a Geni Valle, psicoanalista didatta e presidente dell’Associazione Italiana di Psicoanalisi ed a Marinella Linardos, psicoanalista ordinaria dell’Associazione Italiana di Psicoanalisi, che hanno discusso insieme il prezioso lavoro clinico presentato da Anita Gallina, psicoanalista didatta dell’Associazione Italiana di Psicoanalisi e presidente di ASNEA.
Un ringraziamento particolare va alla professoressa Renata Nacinovich, primario della Neuropsichiatria Infantile di Monza e psicoanalista della Società Psicoanalitica Italiana.La mattinata ha seguito un filo rosso che attraversa in profondità tutta la storia della psicoanalisi: il problema della memoria come processo trasformativo incessante, un lavoro continuo di riscrittura dell’esperienza. In questo senso la riflessione sulla matrice somatica e sul suo possibile dialogo con la rappresentabilità ha aperto interrogativi fecondi.
Il rapporto tra profondità e superficie può evocare quello delle onde del mare: si generano in luoghi che non vediamo, negli abissi, e tuttavia giungono fino alla riva, dove talvolta raccolgono e depositano qualcosa — un frammento, un relitto, una conchiglia — che possiamo poi osservare.
Così accade anche nel lavoro analitico: ciò che prende forma nelle regioni più profonde e silenziose dell’esperienza corporea può, a certe condizioni, affiorare e lasciare una traccia di sé.Il nostro compito come analisti è allora quello di creare le condizioni perché questi frammenti possano essere accolti e trasformati in parola, affinché ciò che era solo impronta possa diventare esperienza condivisibile e parte di una storia.
A partire dall’intuizione freudiana sulla stratificazione delle tracce mnestiche e sulla rimozione come fallimento di traduzione tra diverse epoche della vita psichica, sappiamo oggi quanto la memoria non sia un archivio statico ma un processo continuo di trascrizione e riscrittura.
In ambito clinico questo significa confrontarsi con tracce che talvolta non hanno ancora trovato accesso alla rappresentazione. In alcuni casi non si tratta di riportare alla coscienza qualcosa di rimosso, ma di dare forma insieme al paziente a ciò che non ha mai avuto parola né figura.
Il lavoro presentato da Annita Gallina ci ha offerto un’occasione preziosa per riflettere anche sul valore della consultazione come momento fondamentale nella costruzione delle basi di un processo terapeutico: un momento essenziale e complesso, difficilmente protocollabile, in cui prende forma la possibilità stessa della cura. Con grande chiarezza e profondità clinica ci ha accompagnati nel percorso del suo lavoro con il paziente, mostrando come aspetti inizialmente non rappresentabili possano progressivamente trovare forma e parola nella relazione analitica. In un certo senso, abbiamo potuto sognare insieme l’innominato.
È apparso con evidenza come il pensiero freudiano non sia stato semplicemente applicato, ma riattualizzato nella sua vitalità, in un dialogo vivo con la clinica contemporanea e con il pensiero psicoanalitico attuale.
Per questo sentiamo di essere profondamente grati ad Annita Gallina, così come a Marinella Linardos, Geni Valle, Renata Nacinovich e a tutti coloro che hanno partecipato al confronto, contribuendo a concludere la mattinata con un fiorire di idee, pensieri e nuovi interrogativi.
Giornate come questa ricordano quanto la psicoanalisi continui a essere un campo vivo, in cui la clinica, la teoria e il dialogo tra discipline differenti permettono di avvicinarci, un poco alla volta, a ciò che nell’esperienza umana resta ancora senza nome.
Grazie a tutti.
Alessandro Ruggieri
Segretario Scientifico AIPsi
